Cari sacerdoti, diaconi, seminaristi, consacrati e consacrate,

anche quest’anno mi piace farvi pervenire un saluto speciale in occasione del Giovedì Santo, giorno che ci vede raccolti per commemorare l’istituzione del sacerdozio ministeriale. Insieme con voi, vorrei entrare con il pensiero e con il cuore nel Mistero Pasquale, centro dell’annuncio cristiano. Quest’anno, dato il carattere  mariano che abbiamo voluto imprimere in Diocesi all’azione pastorale, non posso non riflettere sul ruolo che Maria, la madre del Signore, esercita nella nostra vita, a partire dal suo coinvolgimento nella passione, morte e risurrezione di Gesù. La contempliamo sotto la croce e con lei partecipiamo al dramma della morte e alla gioia della Risurrezione. Guardando a lei possiamo porre a verifica la nostra fede, nulla dando per scontato, perché l’usura del tempo e la routine quotidiana possono fatalmente assuefarci a uno stile non sempre in sintonia con il Vangelo.

La Quaresima ci ha abbondantemente nutrito della parola di Dio, e, in questi giorni ripercorriamo nella fede l’abbassamento totale del Figlio di Dio che per nostro amore ha scelto il cammino della croce, umiliato nella sofferenza ed “esaltato grandemente” (Is 52,13). La sua risurrezione appare come la replica vittoriosa del Dio santo e misericordioso all’agire malvagio degli uomini che l’hanno crocifisso. Salvando il Figlio dall’ingiusta condanna a morte, il Padre sconfigge per sempre le potenze del male e tutto, nelle realtà del creato, assume luce nuova. Si attribuisce a sant’Agostino questa felice espressione: “Togli la risurrezione, e di colpo distruggi il cristianesimo”. Dalla risurrezione di Cristo sgorga il coraggio della fede che ha sostenuto e continua a rincuorare la perseveranza delle comunità cristiane e l’eroismo paziente dei martiri, il cui sangue scorre ancor oggi nelle strade di non poche nazioni del mondo. L’esperienza testimonia che la presenza di Maria, madre consolatrice dei sofferenti e regina dei martiri, è avvertita in maniera singolare da chi è perseguitato e molti episodi mostrano la forza che infonde, nelle situazioni più critiche, il ricorso alla sua materna intercessione.

In effetti, il coraggio nella prova non s’improvvisa, ma è frutto di una fedeltà vissuta nel quotidiano, fedeltà che possiamo facilmente apprendere  alla scuola di Maria, donna del quotidiano e maestra di fedeltà. La Chiesa ce la indica come guida proprio perché è fedele discepola di suo Figlio, partecipe intrepida della sorte del “giusto sofferente”. Il suo dolore, che raggiunge il culmine sul Calvario, non la schioda dai piedi della croce, dove “sta” (Gv. 19,25), cioè resta, e accoglie dal Dio che muore la missione di essere madre del discepolo amato (Gv 19,25-27), in una “scena di rivelazione” di grande rilievo storico-salvifico per tutti. In quel momento Maria diventa madre di tutti, in modo speciale di noi sacerdoti, scelti per essere partecipi e continuatori della missione di Cristo, ministri dell’unità sull’esempio del buon Pastore. Al dolore subentra poi la gioia quando la Madre vede il Figlio risorto. Anche se al riguardo nulla si legge nei vangeli, Giovanni Paolo II amava ripetere che probabilmente il primo abbraccio il Risorto l’ha riservato proprio a lei che gli era stata accanto nell’ora buia della desolazione. Da quel giorno la Madre continuerà a camminare con i discepoli di suo Figlio, li sosterrà nei momenti dello smarrimento e dal momento della Pentecoste sarà per loro guida materna sino al giorno della sua assunzione in Cielo. Questa sua provvidenziale assistenza prosegue nei secoli; con particolare tenerezza intercede per noi, sacerdoti, suoi figli prediletti, esercitando quella maternità nell’ordine della grazia proclamata da Cristo sulla croce.

Come possiamo comprendere e vivere il ruolo materno di Maria nella nostra esistenza e nel nostro ministero pastorale? Ai piedi della croce, accogliendo l’invito di Gesù, il discepolo fedele, “da quell’ora l’accolse con sé” (Gv19,27). Se ci soffermiamo a meditare sull’intero passo del vangelo che narra la sosta di Maria presso la croce, ci accorgiamo di trovarci di fronte a una rivelazione che chiede massimo ascolto. Nel dramma di quell’“ora”, il Cristo crocifisso rivela  l’autentica identità teologica di Maria e del discepolo che Gesù amava. Quanti assistevano a quella scena la consideravano sfortunata madre  di un condannato a morte, Gesù invece la mostra come madre, cioè come colei cui è affidato, e quasi misticamente lo partorisce, il nuovo popolo di Dio che passerà  dalla sofferenza alla gioia (cf. Is 66,7-8; Gv 16,21-22). Il discepolo ormai è figlio di Maria e in lui sono identificati coloro che credono e crederanno in Gesù Cristo.

Maria è quindi il dono materno di Cristo per tutti. Rappresentato dalla figura tipologica del discepolo amato, ogni cristiano può aprirle il cuore, considerarla vera madre nell’ordine della grazia e con lei può intessere un dialogo esistenziale ininterrotto. E, se questo vale per tutti i battezzati, ancor più ha senso e valore per noi sacerdoti, fragili strumenti della misericordia divina di cui lei, per peculiare sovrabbondanza di grazia, è dispensatrice.  L’affidamento a Maria non può essere pertanto ridotto a semplice devozione o considerato come una forma di vago sentimentalismo spirituale. E’ piuttosto l’avvertire consapevole che tutto lo spazio della nostra esistenza è posto sotto la protezione e la guida della Madre di Cristo. San Giovanni Paolo II, facendo riferimento all’esperienza personale, descriveva il suo affidamento alla Madonna come una reciproca abitazione e un’ospitalità interpersonale e lo sintetizzava in quest’’antica formula: “Totus tuus  ego sum et omnia mea tua sunt ; accipio Te in mea omnia; praebe mihi cor tuum, Maria”. Esortava e indicava con il suo esempio ad affidarsi, come l’apostolo Giovanni, a lei e a introdurla in tutti gli ambiti dell’esistenza. Così si entra nel raggio d’azione di quella “materna carità”, con la quale la Madre del Redentore “si prende cura dei fratelli del Figlio suo”, “alla cui rigenerazione e formazione coopera” (Redemptoris Mater,45).

Dal giorno della festa della Madonna delle Grazie del 2014, quando ho voluto pubblicamente e in modo solenne consacrare, cioè affidare, la Diocesi alla Vergine nostra Patrona, ogni giorno ripeto quest’atto di fede e di amore. Lo rinnoveremo insieme, quando dal 10 al 14 luglio riceveremo la sua visita grazie al segno della sua statua che verrà direttamente dal santuario di Fatima, e soprattutto l’8 dicembre, allorché chiuderemo con una giornata tutta dedicata all’Immacolata, quest’anno mariano in coincidenza con il centenario delle apparizioni a Fatima.

E oggi, Giovedì Santo, giorno che ci riporta alla bellezza incommensurabile del dono e mistero del sacerdozio di cui nessuno può dirsi degno, ripetiamo il nostro “sì” convinto a Gesù Cristo pur consapevoli delle nostre umane fragilità e dei nostri peccati. Ribadiamolo con fede, sostenuti dall’intercessione di Colei che è madre misericordiosa del nostro sacerdozio. A Lei affido voi, cari sacerdoti e diaconi, voi, cari seminaristi e aspiranti che siete la speranza della nostra Chiesa ascolana, invocando il dono di sante e numerose vocazioni al sacerdozio, alla vita consacrata e all’impegno cristiano nella società. Vado sempre più comprendendo che la vera devozione mariana, ci rende più uniti a Cristo e ci aiuta a essere più fedeli alla nostra vocazione e missione. Possano anche queste mie povere parole entusiasmarvi a sentire la Madonna accanto a voi, presente nel quotidiano non facile ministero; possiate sperimentarne la carezza materna e la celeste protezione. Augurandovi serene e proficue Feste di Pasqua, assicuro la mia preghiera e benedico voi, le persone a voi care e le comunità affidate alle vostre cure pastorali.

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