Omelia del Vescovo Domenico nella Festa della Santa Famiglia

27 Dicembre, omelia del Vescovo Domenico Pompili nella Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

Omelia del Vescovo Domenico nella Festa della Santa Famiglia 2020 ( B )

(Gen 15, 1-6;21,1-3; Sl 105; Eb 11,8-12-12,17-19; Lc 2,22-40)

“Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme”. Otto giorni dopo la nascita in Israele è la circoncisione e trentatré giorni dopo la donna che è rimasta a casa per purificarsi (cfr. Lv 12,1-4) va al tempio per offrire il figlio. E Maria insieme a Giuseppe offrono due colombi perché sono poveri. Gesù, dunque, è un ebreo e non dovremmo mai dimenticare che Israele rimane “il primo amore di Dio” (F. Heer). Come del resto conferma Paolo: “I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rom 11,29). Per questo abbiamo imparato a chiedere informazioni agli ebrei su Gesù e abbiamo capito di dover riflettere con loro su di lui. Voglia il Cielo che possiamo farlo nella ferma fede in lui, nostro Signore e fratello, e nello stesso tempo, con profondo rispetto per la fede dei Padri, che Gesù condivise in tutto e per tutto, ovunque, essa non fosse deformata da fraintendimenti e abusi.

“Luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo Israele”. Così Simeone – descritto come “uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione di Israele, e lo Spirito Santo era su di lui” – identifica il bambino che solleva tra le sue braccia. E’ commovente che ai suoi occhi quasi spenti si presenti come la “luce”. Mai come in questo tempo invernale sappiamo quanto la luce sia decisiva: noi siamo meteopatici. Quando il cielo è chiuso e buio, aumentano i mal di testa, le depressioni, le tristezze. Gesù è effettivamente la luce nel buio nel quale siamo immersi, mai come in questo tempo sospeso del Covid 19. E’ luce che rischiara la solitudine di quanti sono nell’isolamento dai loro cari; è luce che illumina in mezzo al caos delle idee e delle parole vuote da cui siamo circondati; è luce che riscalda in questa condizione di orfani che ci fa vivere senza legami importanti.

“Ecco, egli è qui per la caduta e la resurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima – perché siano svelati i pensieri di molti cuori”. Alla fine, emerge una nota stridente che non ci aspetteremmo in questo contesto così commovente. In effetti, il bambino è luce, ma questa può essere respinta. Non è solo il dramma di Israele che non riconoscerà il Messia, ma anche quello di ciascuno di noi che può sottrarsi alla luminosità preferendo il buio. Noi si preferisce il buio del nostro Ego alla luce di Dio, che temiamo possa rubarci la libertà e finiamo per non cercarLo più, appagati da noi stessi. Di qui “la spada” che trafiggerà Maria, che dice della sua sensibilità che è il contrario dell’indifferenza alla sofferenza altrui, che era tipica del paganesimo. Crede veramente solo chi soffre e avverte il dolore per gli altri.

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