Omelia del Vescovo Domenico nella Giornata del Malato

Domenica 14 Febbraio 2021, omelia del Vescovo Domenico Pompili, nella IV Domenica del Tempo Ordinario, in occasione della Giornata del Malato e della Vita, celebrata nella Parrocchia dei Ss. Simone e Giuda di Ascoli Piceno.

Omelia del Vescovo Domenico nella VI Domenica del Tempo Ordinario Anno B – 29ª Giornata del Malato – Parrocchia dei Ss. Simone e Giuda – Ascoli Piceno

(Lv 13,1-2.45-46; Sl 31; 1 Cor 10, 31-11,1; Mc 1, 40-45)

“Venne da Gesù un lebbroso”. Il lebbroso non è un malato qualsiasi, ma un uomo ferito: non solo nel corpo, ma anche nel profondo. Oltre la malattia fisica deve patire lo stigma sociale che si trasforma in isolamento. Anche al tempo di Gesù, la lebbra continua ad essere considerata non solo una disgrazia, ma un segno dello sfavore divino, non solo una malattia, ma un’impurità. Il lebbroso, dunque, soffre nel suo corpo l’assenza di Dio. E, infatti, l’idea diffusa era che la lebbra fosse una conseguenza della punizione divina. Come effetto di peccati di particolare gravità: la calunnia, l’omicidio, la falsa testimonianza, il furto e l’avarizia. Per questo la sua eventuale guarigione era percepita come un prodigio riservato in esclusiva a Dio. E’ questa l’atmosfera in cui Gesù guarisce il lebbroso e afferma così che si inaugura il Regno messianico.

“Se vuoi, puoi guarirmi”, sussurra il lebbroso al Maestro, ma questi reagisce imprevedibilmente “adirato”. Altro che “commosso”. Gesù sembra prendersela proprio col malcapitato che mette in dubbio la sua azione. Infatti subito “stese la mano, lo toccò e gli disse: Lo voglio, guarisci!”. Non soltanto Gesù lo vuole, ma lo tocca. Toccare un lebbroso significava diventare lebbroso, cioè contrarre la stessa contagiosa malattia. Gesù non solo vuole la guarigione del lebbroso, ma si fa lebbroso per guarirlo. Gesù è brusco e intransigente perché questi è prigioniero della paura di essere abbandonato. La reazione di Gesù dice qualcosa a noi sulla vita. La prima è che non bisogna rassegnarsi a vederla minacciata, ma occorre darsi da fare per evitare “derive abortiste ed eutanasiche, interventi indiscriminati sul corpo umano, sui rapporti sociali e sull’ambiente” (Messaggio CEI, 2021). L’altra cosa è che per guarire o, almeno, curare bisogna non sentirsi “immuni” dal dolore, dalla malattia e dalla morte. Aver dimenticato che siamo di carne e non di plastica, cioè frangibili e non infrangibili è ciò che ci rende insensibili. La terza, infine, è che il vaccino più necessario è la vicinanza sincera a chi soffre e dunque la cura competente, efficiente ed umana che ciascuno di noi desidera per sé. La vita si cura con la vita! Gesù non spiega perché c’è il dolore, ma si fa compagno del dolore. Così noi cristiani non abbiamo risposte precotte, ma una certezza: condividere i pesi gli uni degli altri.

Il Messaggio di quest’anno si conclude così: “Rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà, pace e felicità”. Questo è festeggiare la Giornata della Vita.

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