Omelia del giorno di Natale

 

Fratelli e sorelle! Del prologo del vangelo di Giovanni, proclamato dal diacono poc’anzi, vorrei sottolineare queste parole, che penetrano come un lampo di luce nella nostra mente e soprattutto nel nostro cuore: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Possiamo aggiungere in questo momento due altre piccole parole che arricchiscono di straordinaria attualità ciò che abbiamo appena ascoltato: Qui e oggi. Qui e oggi Dio si fa carne; qui e oggi Egli viene ad abitare in mezzo a noi. Sì, Natale è Dio venuto tra noi, per noi e per restare con noi. Si è fatto uomo in tutto a noi uguale eccetto il peccato; ha preso la nostra natura mortale per farci dono della sua natura divina. Ha fatto questo per noi, per la nostra salvezza, e ha amato così in maniera singolare ognuno di noi. Per questo il Natale non è solamente una data da commemorare e festeggiare, ma un evento che, se lo percepisci nella sua intensità, può contagiare e deve trasformare la tua vita perché aiuta a capire chi è Dio e chi siamo noi. Così deve essere il nostro Natale e prego perché ciò avvenga per ogni cristiano e in ogni nostra comunità.
Perché questo possa accadere, occorre però superare almeno due ostacoli ed eliminare due preconcetti che spesso indeboliscono la nostra fede e rendono fiacca la nostra testimonianza cristiana. In primo luogo, il problema riguarda la nostra visione di Dio, la pretesa di voler capire fino in fondo il mistero di Cristo, toccare con mano ciò che accade e avviene nel Natale. Non è difficile allora cedere alla tentazione di ritenere “assurdo” che questo Bambino, nato in una grotta, sia veramente Dio. Come può l’onnipotente Signore del cielo e della terra, il Messia atteso da secoli manifestarsi nella debolezza di un fragile essere umano? Quando ci si fabbrica di Dio un’idea lontana e irraggiungibile, affermare che il bambino  Gesù, figlio di Maria e di Giuseppe, sia veramente Dio appare assurdo, addirittura offensivo nei confronti della divinità, una bestemmia come pensavano molti giudei. Così avvenne: Gesù, l’atteso Messia vivrà incompreso, sarà criticato, ostacolato e ripudiato, verrà perseguitato e finalmente morirà ucciso in croce come un malfattore, reo di essersi dichiarato Dio. La domanda su chi è Dio attraversa tutta l’umana ricerca. Qui, nel Natale, ci è insegnata la via dell’umiltà che rischiara la visione del cuore. Credere è affidarsi alle intuizioni del cuore illuminato dalla grazia divina. La mente fa fatica, ma il cuore più agevolmente si china davanti all’umile grotta di Betlemme, dove Dio restando Dio si fa veramente uomo: possiamo riconoscerlo, toccarlo nelle fragili membra d’un neonato che vagisce nella mangiatoia e come i pastori accorriamo ad adorarlo, invitati dal canto degli angeli, celesti messaggeri che proclamano “gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini amati dal Signore”.
Esiste poi un altro grave ostacolo che avvertiamo presente in maniera non espressamente dichiarata anche in molte nostre comunità cristiane: pensare impossibile che Dio si scomodi sino a farsi proprio come noi, cioè povero, bisognoso, sofferente. Chi sono io perché Dio pensi a me? Qui entra in crisi la nostra fede e tanti dubbi ci sorgono in petto provocati dalle contraddizioni della vita. Come facciamo a liberarci dalla convinzione che Dio resta in qualche modo lontano dalle nostre spicciole e talora drammatiche vicende della nostra esistenza? Perché se Dio ci ama, le cose vanno male e dolore e affanni formano il lastricato dei nostri cammini quotidiani? Anche qui, mettendosi in umile ascolto della parola di Dio, il Natale diventa l’occasione propizia per costatare che invece è proprio così: Dio si è fatto uomo, è nato da una donna fuori della città, ignorato da tutti, è nato durante un censimento che vedeva tanta gente accorrere per le vie dei borghi della Giudea; viene al mondo senza rumore, sconosciuto a tutti e subito minacciato di morte per volere del potente di turno, il tetrarca Erode, che temeva, senza sapere esattamente dove fosse, la presenza di un bimbo ritenuto possibile usurpatore del suo potere. Gesù nasce in una grotta ed è proprio nella miseria più grande che ha inizio il riscatto dell’umanità. Lo incontrano per primi dei pastori, persone emarginate dalla società del tempo. Svegliati dal canto degli angeli, corrono in fretta e trovano “un bambino adagiato in una mangiatoia”: la stessa scena che oggi è dinanzi ai nostri occhi. Poteva Dio farsi più simile a noi di così? Eccolo il nostro Dio onnipotente ridotto povero, emarginato, respinto. Ha assunto in pieno le nostre limitatezze e fragilità, sofferenze e malattie non per eliminarle totalmente, ma per condividerle con noi in maniera totale e aiutarci a scoprire che, con il suo aiuto, nulla nemmeno la morte può farci più paura.
Nel neonato Gesù, bisognoso di tutto, riconosciamo noi stessi. Se la fede non entra in questo mistero non possiamo capire e accogliere il dono del Natale di Cristo. Dio ci ama cosi come siamo, con le nostre fragilità; ai suoi occhi contiamo molto e ci considera non come numeri d’un censimento, ma persone degne di amore esclusivo e soprattutto gratuito. Signore chi sono io perché tu faccia questo per me? Faccio fatica a capirlo. Quanti bagni d’umiltà dobbiamo rinnovare ogni giorno per liberare la mente e il cuore dal rischio di considerarti estraneo alle nostre vicende.

Per aiutarci a meglio percepire la misteriosa ricchezza di questo Natale, quest’anno abbiamo esposto in cattedrale un bambinello senza braccia e terremotato, icona della nostra realtà umana. Noi siamo così: vorremmo essere perfetti, ma ci scopriamo imperfetti; desideriamo essere potenti e ci capita ogni giorno di dover riconoscere che siamo fragili, deboli; ci piacerebbe controllare tutto e farci protagonisti di una vita tutta nostra e invece dipendiamo dagli altri. Spesso ci sembra che tutto vada storto, nonostante le nostre preghiere; talora consideriamo il prossimo come dei concorrenti che ci ostacolano nella nostra autoaffermazione. E allora nascono invidie e gelosie, rifiuti e indifferenza, scontri e incomprensioni, depressione, scoraggiamento e talvolta disperazione. Da qui nasce la rabbia, l’evasione, il rifugio nella violenza e nell’indifferenza. Oggi, questo Bambinello mutilato, senza braccia e con i piedi feriti, ci dice che la nostra fragilità è ricchezza perché il vero valore dell’esistenza non si calcola dalla prestanza fisica, dalle cose che possediamo e dagli auspicati successi umani, sociali e nemmeno da una religiosità ostentata come privilegio. La vera nostra realtà sta nella consapevolezza che siamo amati da Dio. Così come siamo, ci ha scelti per essere eredi e compartecipi della sua stessa vita divina. Ecco perché il Natale di Cristo è anche il nostro Natale, il Natale del nostro riscatto e della nostra rinascita a vita nuova.

Fratelli e sorelle, non è una sconfitta accettarci così come siamo con le nostre fragilità e con i sogni spesso infranti dalla realtà. Oggi ci riconosciamo in quest’inerme bambino bisognoso totalmente delle cure di una madre. E’ vero: Dio non è solo padre ma anche madre. E i lineamenti della sua maternità li cogliamo nel volto di Maria silenziosa testimone di un prodigio che ha cambiato la sua esistenza e l’ha resa madre di tutta l’umanità rinnovata dall’amore celeste. Alla sua scuola, e accanto a lei, apprendiamo l’arte della fraternità perché Gesù è maestro di vera fraternità, e il suo Spirito trasforma le diversità in convivialità. Il Natale di Cristo ci rende fratelli. Da questa ricchezza d’amore scaturisce la sete di solidarietà che sorge come naturale desiderio nel cuore di ogni persona: tutti abbiamo sete di stima e di amore. Pertanto nessuno può essere emarginato, perché nessuno riuscirà ad essere felice da solo e tutti abbiamo bisogno di tutti! Qui, oggi, capiamo che Gesù, nato a Betlemme è il senso che da contenuto alla nostra vita e offre il segreto per rinnovare il mondo.

Fratelli e sorelle, l’augurio del santo Natale si fa quindi preghiera: chiediamo al Bambino che giace nella grotta il dono dell’umiltà che custodisce l’amore, la ricchezza dell’accoglienza che alimenta la fraternità, il fremito della speranza che da coraggio a ogni nostro impegno nella Chiesa e nella società. E con la semplicità di chi sa che nel suo cuore non muore l’anelito del bambino ci rivolgiamo al Bambinello di Betlemme e insieme lo invochiamo con questa preghiera che oggi, o nei prossimi giorni, vorrei fosse recitata in ogni famiglia davanti al presepe. Difendiamo con la nostra testimonianza di fede, il valore e la ricchezza evangelizzatrice e catechetica dei canti natalizi e delle tradizioni cristiane del Natale. Parafrasando il grido di antichi martiri cristiani vorrei anch’io ripetere oggi che senza Natale, il Natale di Cristo, non possiamo vivere!

Caro Gesù,

ti chiamo così tutte le volte che ho bisogno di qualcosa,

tutte le volte che non sto bene e che le cose vanno male.

Se ti chiamo è quasi sempre per chiederti qualcosa.

Ma a Natale, non posso fare a meno di fermarmi davanti a te:

In silenzio!

Nel presepe giaci inerte in una mangiatoia tra Giuseppe e Maria

fuori dalla città, fuori dai rumori della vita quotidiana,

fuori dalla frenesia del nostro affannarci senza sosta.

Nel presepe parli con il tuo silenzio,

fai capire con una prepotenza amorevole,

chi sei Tu e chi sono io.

Per capirti non mi devo sforzare di pensare, basta amare;

è vero, nell’amore ti scopro,  perché parli il linguaggio del cuore.

Nel presepe, piccolo e indifeso, profumi di latte materno come tutti i neonati,

eppure sei Dio venuto nel mondo per stare con noi:

Tu sei il nostro Dio!

Nel presepe, tenero infante, parli al cuore di chi vuole ascoltarti,

e ci aiuti a capire che nascendo ci chiami ad appassionarci al tuo amore.

Fortunata la notte di Natale,

nella quale la salvezza bacia la terra e il  cielo illumina il mondo.

Aiutaci, Bambino Gesù,

a riprenderti in braccio,  a cullarti;

accarezzaci il volto con le tue piccole mani,

facci sentire e capire  chi è l’Amore!

Bambino di Betlemme, entra nelle nostre case,

 sei Tu il vero regalo di Natale:

Cielo che illumina la terra, Sole che riscalda la vita,

Messia che nasce per essere il nostro Salvatore,

Astro del ciel che mai si spegne nel cuore di chi ti apre la porta.​

Bambino Gesù, vieni e insegnaci la via della prudenza,

redimici con il tuo braccio potente,

libera chi è nelle tenebre, salva l’uomo che hai plasmato dal fango,

vieni e salvaci, Signore nostro Dio.

E resta con noi per sempre!

 

                                                                       + Giovanni D’Ercole  Vescovo