1.La pagina del vangelo che oggi la liturgia offre alla nostra attenta valutazione c’introduce nel secondo annuncio della passione e morte di Gesù Cristo. E’ un momento d’insegnamento privato dedicato solo ai discepoli e fatto con grande autorità; un momento quindi di capitale importanza per loro ma anche per noi, per te, caro Gianmarco che stai per diventare diacono e per noi sacerdoti, chiamati a condividere non solo nel desiderio e nell’intenzione, ma in modo pratico e concreto la vita, lo stile, tutto l’insegnamento di Cristo. Gesù c’introduce nel mistero pasquale: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini che lo uccideranno, ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. Questa realtà cruciale della missione di Cristo era per gli apostoli e resta anche per noi qualcosa di oscuro e di terribile: insegna che la vita cristiana non è evitare i problemi, ma trovare la potenza di Dio proprio dentro i drammi e le situazioni quotidiane dell’esistenza; è scoprire la vita piena proprio dove sembra che essa sia mutilata, mortificata o addirittura tolta, come mostra la testimonianza dei santi e dei martiri.

 

2. I discepoli però non compresero, né avevano il coraggio d’interrogarlo. In genere quando un alunno non capisce, domanda spiegazioni; qui invece non c’è voglia di capire e nemmeno di domandare. Questo può essere il grande problema anche per noi: non aver la voglia di approfondire, e allora ci si accontenta di restare in superficie rifiutando di andare fino in fondo nel percorso della fede. Uno dei più seri problemi del nostro tempo è proprio la formazione delle coscienze che conduca a una vita adulta di figli della fede.  Non è questione di maggiore erudizione e di più specifiche conoscenze, ma di crescita nella cultura della Pasqua, è questione d’incontro personale con Gesù morto e risorto. Invece il rischio è preferire inconsapevolmente di restare a pattinare in superficie coltivando una fede di tradizione, o peggio un devozionismo immaturo che non fa affrontare il nodo essenziale, cioè l’enigma della vita e della morte, né aiuta a scoprire che  l’amore di Dio  è onnipotente, ben più forte dell’odio, e la morte non ha mai l’ultima parola sulla vita umana. Quando poi le domande non si pongono a Dio, ( in verità si ricorre di solito a Lui solo per chiedergli di liberarci dai problemi perché si ha paura di soffrire e di guardare in faccia la realtà),  allora, come per i discepoli, il rischio è di accontentarsi di discussioni che riflettono logiche umane. I discepoli in effetti, rifiutando istintivamente la prospettiva che Gesù presenta, discutono tra loro su chi debba occupare il primo posto, aspirano a posizioni di e a cariche di prestigio. Quante volte pure le nostre riflessioni sanno di un’ottica prettamente umana, terrena! Vale la pena ricordare quel che osserva Qoelet che cioè tutte le opere sulla terra non sono che invidia. E’ pericoloso quando nelle comunità cristiane s’insinua diabolicamente un sottile delirio di invidia, una  sete di prestigio e di potere. Da questa tentazione san san Giovanni ci mette ben in guardia: voi vi rubate la gloria uni gli altri acquisendo vantaggi limitati.

 

3. Gesù s’inserisce non richiesto nei ragionamenti umani degli apostoli affermando che “se uno vuole essere primo, sia ultimo di tutti e servo di tutti”, pone in  mezzo a loro un bambino e lo abbraccia. Servire e abbracciare i piccoli, i poveri: che altro vuoi, caro Gianmarco, come concrete indicazioni del tuo ministero diaconale! Ma c’è ancora un verbo su cui vale la pena soffermarsi a meditare. Per ben 4 volta in un solo versetto, Gesù ripete il verbo accogliere: ”Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.  Accogliere è la chiave della fede; accogliere vale più che moltiplicare iniziative e programmi pastorali e sociali. Per Gesù la chiave della vita nuova è l’accoglienza della realtà: accogliere ciò che Dio manda e chiede, accogliere se stessi e gli altri, accogliere la Parola, la forza della liturgia, la storia e le sue contraddizioni. Insomma per chi vuole seguire il Vangelo accogliere è “servire”, “servo di tutti”, ben espresso in greco “diakonos”, un servizio non forzato da schiavo, ma donato gratuitamente a imitazione di Gesù, “servo del Signore”. Modello di accoglienza e di servizio diaconale è Maria, alla cui protezione affido te, caro Gianmarco, e voi tutti, fratelli e sorelle nella fede che Dio chiama a vivere il mistero della Pasqua, sorgente di costante rinnovamento umano e spirituale.